12/06/2007
Orgoglio pedofilo
Orgoglio pedofilo?
Come orgoglio pedofilo?
Svegliatemi, vi prego, ché sto facendo un brutto sogno.
Orgoglio pedofilo.
L’orgoglio è una cosa seria, per persone serie.
Orgoglio pedofilo è già un controsenso linguistico.
Sospettavo che il mondo avesse iniziato a girare al contrario.
Da tempo lo sospettavo ma oggi ne ho la certezza.
Ho la certezza che i valori sono ribaltati.
Ho la certezza che ciò che è sbagliato, sta diventando giusto.
Ho la certezza che i disonesti sono gli onesti.
Ho la certezza che le parole sono ormai contenitori vuoti.
Orgoglio pedofilo.
Mio nonno era orgoglioso per aver aiutato l’italia a essere liberata dai nazifascisti.
Mio padre è orgoglioso di non essere mai ricorso al licenziamento per risolvere i problemi.
Mia madre è orgogliosa di avere un figlio che non ammazza e non ruba.
Io sono orgoglioso di aver raggiunto i miei obiettivi senza mai calpestare nessuno.
Orgoglio pedofilo.
Non capisco, non posso capire.
Nessuno può capire, se conosce il significato della parola orgoglio.
Ma quella gente non lo conosce.
Orgoglio pedofilo.
Mi fa vomitare il solo scrivere queste due parole insieme.
Mi fa schifo che sia possibile una cosa del genere.
Mi fa schifo che sia sempre tutto possibile in questo mondo approssimativo.
Orgoglio pedofilo.
No.
Neanche per idea.
Neanche per scherzo.
Neanche sotto minaccia.
Orgoglio di dire no a questa feccia immonda.
Orgoglio di proteggere fino alla morte la vita di un bambino.
Orgoglio di essere uomini, non merda.
15:15
Scritto da: mototortuga
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La terza porta
Cosa nasconde quella porta, cosa cela quella sottile lamina di legno?
E’ chiusa, con doppio giro di chiave ma la chiave è li, nella sua toppa.
Perché chiudere una porta a chiave per poi lasciare la chiave?
Aprila, e vedrai quel che si cela dietro. O non aprirla e tutto resterà com’è adesso.
Del resto hai tutto ciò che un uomo può desiderare, no? Che differenza fa una porta chiusa o una porta aperta?
Dietro ad ogni porta c’è qualcosa. O niente. Ma qualcosa potrebbe essere un tesoro o potrebbe essere il mostro dalle cento teste assetato di sangue. Potrebbe essere un pulcino o potrebbe essere una ciabatta. O un’altra porta.
Cosa nasconde quell’altra porta, cosa cela quell’altra sottile lamina di legno?
Anch’essa è chiusa a chiave e anch’essa ha la chiave al suo posto.
Chissà cosa cela. Una porta protetta da un’altra porta deve nascondere una meraviglia o un mostro dalle mille braccia artigliate.
Aprila e potrai vedere quel che cela. Oppure torna indietro, piano, e richiudi anche la prima.
Del resto hai già tutto quel che si possa desiderare in una vita, hai già scoperto e inventato, hai già amato e conosciuto, hai già ucciso e combattuto, hai già visto e compreso, hai già distrutto e ricostruito, hai già deriso e pianto, hai già cambiato e ricominciato.
Cosa cela la terza porta? Cosa si nasconderà dietro quella sottile lamina di legno serrata da una chiave? Una porta protetta da altre due porte celerà sicuramente qualcosa di prezioso o di importante, uno scrigno magico o un mostro dai cento denti affilati come rasoi.
Aprila e potrai vedere quel che si trova al di là. O torna indietro, a piccoli passi, e richiudi le altre due. Del resto cos’altro desideri? Hai letto e scritto, hai giocato e lavorato, hai suonato e ascoltato, sei caduto e ti sei rialzato.
Cos’è questo buio, cosa nasconde questa oscurità densa come la melassa? Dove poggiamo i miei piedi se non c’è pavimento, dove precipitano le mie membra se non esiste fine a questa oscurità?
Cosa c’era in quegli scaffali tra la prima e la seconda porta? Cosa celavano i bauli tra la seconda e la terza e cosa ho lasciato dietro alla prima?
E’ tardi. Ho sonno. Un sonno avvolgente come il buio che mi lascia scivolare veloce verso altro buio.
Hai aperto la terza porta e hai trovato finalmente qualcosa. Hai trovato ciò che non abbisogna di essere visto e compreso ma che travolge e non permette più di ritornare indietro.
Gli scaffali celavano tesori e conoscenza, i bauli saggezza e comprensione. E tu non li hai neanche veduti. Adesso è l’oscurità. Adesso è il nulla della non conoscenza. Adesso è semplicemente la fine del mondo.
13:45
Scritto da: mototortuga
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17/05/2007
Stink. Ovvero il prologo di Nonna Pina. (Un po’ come in Star Wars, che va di moda andare a ritroso!)
Chi siano i Falompi, ormai, lo sappiamo tutti. E chi non lo sa si documenti ché, queste, sono cose importanti!
Un giorno, di chissà che anno, in qualche piega spazio-temporale di qualche sistema a milioni di anni luce da noi, accadde una cosa inusueta. Una di quelle cose che possono capitare una sola volta nell’arco della vita di un pianeta o, addirittura, una sola volta nell’arco della vita dell’universo stesso.
Un Falompo correva. I Falompi corrono sempre. E se non corrono saltano. E se non saltano piroettano. E se non piroettano ballano. Insomma: non riescono a stare fermi, neanche quando dormono.
Un Falompo correva, dicevo, nella Terra dei Falompi. Era felice perché aveva appena vinto mille chili di Lompi freschi all’annuale gara di corsa-salto-piroetta-ballo. La cerimonia tenuta dal Falompo Decano era stata sontuosa ed emozionante e la consegna dei Lompi, che avevano completamente sommerso il nostro Falompo, lo aveva commosso a tal punto che non riuscì a mangiarne neanche un centinaio di chili, come faceva di solito.
A fine cerimonia, dopo il consueto colpo di coda da parte del Falompo Decano, Stink, è questo il nome del falompo che in lingua originale suona più o meno come $&[*+§##, si diresse verso casa sua, appunto, correndo. Lasciava dietro di sé una pestilenziale scia di Lompo, ma questo, a parte per i Falompi sulla sua strada, non ha alcuna rilevanza ai fini del racconto.
Sarà stata la corsa frenetica, sarà stata l’emozione della vittoria, sarà stato il caldo soffocante di quel giorno (ricordo che i Falompi sono pelosissimi), fatto sta che Stink, senza neanche rendersene conto, piombò dritto dritto in un Bucocubotondo.
Ed è proprio al suo interno che accadde la cosa eccezionale ed unica. Un Bucocubotondo, per chi non lo ricordasse, è una sorta di porta spazio-temporale, che gli antichi Falompi utilizzavano per le esplorazioni interplanetarie. Lo spazio ne è pieno, anche se non si vedono, ma è impossibile decidere da quale Bucocubotondo si apparirà dopo averne imboccato uno. Per questo motivo i Falompi smisero di utilizzarli: su più di mille chili di Falompi esploratori, solo un esemplare fece ritorno sulla terra dei Falompi. Per puro culo, ovviamente.
Ecco dove risiede l’eccezionalità del caso di Stink. Lui apparve qui, sulla terra. Una possibilità su 2515.6982.5598.7835.4589.9987.5689.9632, che non so come si legga ma certo è che si tratta di un numero mostruoso.
Se ne deduce, come prima cosa, che anche sulla terra, da qualche parte, esiste un Bucocubotondo.
Ma questo nessuno lo sa, dal momento che nessuno (o quasi) sa dell’esistenza di Stink.
Il povero Falompo, convinto di essere entrato in casa, si ritrovò invece spiattellato contro il tronco di una vecchia quercia cui, per sua sfortuna, era stato levato il sughero qualche settimana prima.
Un proiettile peloso contro il duro e nudo tronco di una quercia.
Stink non capiva. Sulla Terra dei Falompi non esisteva nulla. Tutto ciò che si poteva ammirare, altro non era che il frutto dei pensieri dei Falompi. E su un pensiero non si va a sbattere!
(Benché siano stati registrati casi in cui cose o creature immaginate dai Falompi hanno provocato danni).
La prima sensazione fu di totale smarrimento. Era tutto già immaginato e pensato in questo luogo. Alberi, erba, pietre, colline. Non v’era spazio per la sua eccezionale immaginazione e benché qualche buco libero ci fosse, Stink si rese conto che su questo strano pianeta non aveva il potere di immaginare una cosa che potesse essere vista da tutti, come accadeva nella terra dei Falompi, addirittura, non riusciva ad immaginare proprio nulla, neanche per sé stesso.
Il potere dei falompi è cosa assai comoda in frangenti particolari. Accadde un giorno che Stink (era poco più che un cucciolo) iniziò ad immaginare una immensa piscina. Ovviamente immaginò anche di nuotarci dentro ma avendo dimenticato di immaginare almeno una lezione di nuoto, rischiò di affogare. Ecco che immaginò immediatamente una canna di bambù e, respirandoci dentro, venne fuori dalla piscina camminando sul fondo.
Appena si fu ripreso dalla botta tremenda, Stink iniziò ad immaginare astronavi, macchine del tempo, Buchicubitondi ma nulla di ciò che pensava si mostrava a lui. Era solo, stordito e su una terra che non era la sua.
Iniziò a correre e saltare finché non si fece sera e a quel punto non vide più nulla.
Immaginò subito una lampadina, come aveva imparato a fare a casa, ma nulla si accese.
Continuò a correre (i Falompi non sanno semplicemente camminare) e alla quarta quercia centrata in pieno decise di fermarsi.
Fu in quel momento che udì uno strano stridìo, come una risatina soffocata che proveniva dalla cima dell’albero, probabilmente.
Si accucciò terrorizzato. Che ne poteva sapere il povero Falompo di quali orribili creature popolassero quel pianeta misterioso? Provò ad immaginare la sua casa e i sui 123 familiari che la abitavano ma non ottenne alcun risultato (a parte una gradevole sensazione di pace, senza i fischianti fratellini e cuginetti).
Decise allora di scavare un buco per terra (i Falompi non riescono proprio a stare fermi) e iniziò a scavare con le zampette anteriori. L’immagine del culo di Stink con la lunga coda che seguiva i movimenti dovette divertire molto la creatura stridente sull’albero, dal momento che scoppiò in una fragorosa risata e piombò al suolo, di fianco a Stink, con un tonfo sordo e una nuvoletta degna dei migliori cartoni Warner.
Stink saltò per aria dallo spavento e iniziò a correre come un matto, fino a schiantarsi per la quinta volta contro una quercia. A quel punto si dovette fermare per forza. Cercò nel buio cosa lo avesse terrorizzato ma udiva solamente stridìi e fruscii provenienti da qualche posto più in là.
Iniziò a saltellare, per evitare la corsa, e zigzagando inciampò sulla “cosa”.
“Squirizzzzzzzzz”, sentì urlare.
Per comodità dei lettori, d’ora innanzi, non utilizzerò più i linguaggi originali, ma la traduzione in italiano terrestre (esiste un italiano Falompiano immaginato da un Falompo letterato, ma poco ha a che fare con la nostra lingua).
“Ahioooooooooo” sentì urlare.
“Ahioooooooooo” rispose Stink, ignaro di quanto stesse dicendo.
“Ahio, lo dico io dato che oltre ad essere caduto per colpa tua, mi sono pure preso un tuo calcione!”
“Ehi, io ti capisco!”
“Anche io. Cosa sei?”
“Io sono un falompo della Terra dei Falompi e tu?”
“Io sono un pipistrello della Terra dei Pipistrelli!”
“Ohhh, sono caduto sulla Terra dei Pipistrelli… non sapevo dell’esistenza di un simile pianeta!”
“Certo che esiste! E’ questo. Ma devi stare attento perché ci sono creature convinte che questo sia il loro pianeta. Lo chiamano Terra e basta. Pensa che fantasia!!”
“In effetti non c’è paragone con Terra dei Pipistrelli. Tutt’altro impatto, altro fascino, altro stile!”
“Sei un intenditore. Come ti chiami?”
“Stink!”
“E che razza di nome è??”
“Non ne ho idea. L’ha pensato qualcun altro per me. Ma a me piace! E tu?”
“Pece, e adesso ho un problema serio”.
“Non dirlo a me…”
“Io volo!”
“Wow!! Davvero? Fammi vedere!”
“Ecco il mio problema. Essendo caduto non posso. Noi pipistrelli non possiamo partire da terra!”
“Oh, ecco perché eri in cima all’albero...”
Stink prese Pece, gli ripiegò le ali come in un aeroplanino di carta, alitò sul suo naso per appesantire la punta e lo lanciò con tutta la sua forza. Pece schizzò via come un siluro, dispiegò le ali maledicendo l’artrite e iniziò a volare come tutti i pipistrelli, in maniera frenetica. Cosa che piacque molto a Stink, che lo seguì saltando e piroettando.
L’alba era ormai giunta e Pece si appese a testa in giù sull’albero. Invitò Stink a stare in alto, per sicurezza, e lo avvolse tra le sue ali. Stink iniziò a sognare e, ovviamente, iniziò a dimenarsi. I Falompi non stanno fermi davvero mai!
Dopo qualche ora Stink si destò e iniziò a scuotere il pipistrello.
“Ehi è giorno! Corriamo un po’, dai! Andiamo a cercare Lompi! Andiamo a vedere le altre creature! saltiamo gli ostacoli!”
“Zitto e dormi. Io volo solo di notte!”
“Ma che palle! Di notte non si vede niente, meglio sognare, così è come se fosse sempre giorno!”
“Io odio il giorno! Non ci vedo per la troppa luce! Zitto e dormi.”
“Ci penso io!”
Stink scivolò giù dall’albero, aiutandosi con le sue zampette da geco, e corse a recuperare dei pezzi di legno, fili d’erba e due pezzi di vetro scuro. Ritonò sull’albero ed iniziò ad assemblare i pezzi.
“Guarda qua! Questa cosa l’ho immaginata sulla mia terra quando ci fu l’eclissi di sole del 565°òç*+], l’ho chiamata mezzo posticcio per la visione di cose troppo luminose o la scomparsa di ogni cosa in caso di utilizzo al buio. Pensa che è stata addirittura brevettata e adesso la pensano in tantissimi!”
“Stink… sono occhiali da sole! Esistono già. Le creature bipedi li usano da sempre!”
“Wow… occhiali da sole… un po’ ermetico ma efficace! Proporrò questo nome all’ufficio brevetti della Terra dei Falompi al posto di mezzo posticcio per la visione…”.
“Si, si è chiaro! Dai, Fammeli provare… wow! Posso tenere gli occhi aperti anche di giorno! Come ho fatto a non pensarci prima?”
“Sembri un GrunfoDitteroBrachicero!!”
“Un cosa?!”
“E’ una creatura che vola. Ma non l’ha mai immaginata nessuno per timore… è la protaginosta dei racconti che vengono narrati ai falompini”
“Se nessuno l’ha mai immaginata, come fai a sapere che le somiglio?”
“Ehm… io l’ho immaginata una volta.”
“E cos’è successo?”
“Nessuno lo sa, dovrai mantenere il segreto se dovessi incontrare un altro Falompo. E’ rinchiusa in un silos che ho immaginato… è la cosa più mostruosa che io abbia mai visto. Spero solo che nessuno decida di immaginare che quel silos non c’è più…”
“Grazie per il complimento! Sai che siete strani voi Falompi?”
“E perché mai?”
“Lascia stare e saltami in groppa!”
Stink si aggrappò al collo di Pece e lui prese a volare come un matto. Incredibilmente, in quella situazione, il Falompo non sentì la necessità di muoversi. Poteva star fermo se si trovava sopra qualcosa in movimento, questa era una scoperta eccezionale che avrebbe comunicato immediatamente al Falompo Decano quando sarebbe rientrato. Già, rientrato. Ma come? E quando?
Volarono sul bosco di querce e poi su un fiume, su tetti di case e su colline e altipiani. Pece faceva da Cicerone spiegando ogni cosa a Stink che, aggrappato al pipistrello, pareva una creatura fantasy in groppa ad un drago. Ma in scala decisamente ridotta. Un Falompo pesa pochi grammi, del resto.
Alla fine il verde cedette il passo al grigio e a Stink non piacque più il panorama.
“Per forza non ti piace, è una città! Un luogo mostruoso dove vivono milioni di bipedi!! Non ho mai capito come facciano…”
L’impatto fu devastante. Stink venne scaraventato su un balcone, tra vasi di geranio e primule. Pece rimase appeso con un’ala al cavo dell’alta tensione che non aveva visto qualche istante prima. Per sua fortuna ne toccò uno solamente, scongiurando la frittura di pipistrello.
Iniziò subito a volteggiare alla ricerca del suo nuovo amico e quando lo vide, con la coda per aria, attaccato al ramo di geranio non trattenne le risate.
Fece una picchiata e, proprio nel momento in cui lo stava per afferrare, si aprì una porta sul pianerottolo. Stink sentì solamente “stump”, poi la voce di una strana creatura bipede che raccoglieva Pece.
“Oh, povero piccolo… ma che ci fai in giro di giorno? E questi… oddio… e questi cosa… questi sono occh…”
L’anziana signora ebbe un mancamento, barcollò entrando in casa, e tenendo stretto Pece tra le mani sedette sul divano a fiori, in tinta con le tendine. La porta era rimasta aperta e Stink riuscì ad entrare inosservato e a nascondersi dietro la cesta della maglia.
Quando si riebbe, l’anziana signora guardò Pece terrorizzato tra le sue mani e ripose l’attenzione su quei microscopici occhiali. Fece una carezza a Pece e gli parlò per tranquillizzarlo. La cosa più strana è che Pece la poteva comprendere benissimo.
“Sono Nonna Pina… non avere paura, piccolo. Ti rimetto in sesto io! Poi mi spiegherai perché hai degli occhiali, vero?”
Stink osservò tutto in silenzio. Nonna Pina frizionò con acqua fresca il pipistrello e lo carezzò a lungo e dolcemente. Avrebbe fatto le fusa Pece, se le avesse sapute fare! Nonna Pina si avvicinò con il volto a Pece e Stink, terrorizzato dall’idea che lo avrebbe mangiato in un sol boccone, balzò fuori e tirò via l’amico dalle mani di Nonna Pina.
“E tu da dove salti fuori?” fece lei sorridendo e con tono dolcissimo.
“Non aver paura… non lo volevo mica mangiare! Volevo ascoltare le sue parole. E’ un tuo amico? Vedi che l’ho aiutato a stare meglio? Ti pare che non lo avrei potuto mangiare prima? Sarebbe stato ben più facile e comodo.”
Stink non sapeva assolutamente nulla delle espressioni degli umani, ma lesse nel volto della donna una tale dolcezza che sbucò fuori dalla cesta dove si era nascosto con Pece.
“Ma tu sei una creaturina meravigliosa… da dove sbuchi? Sto forse dormendo e sognando tutto?”
Stink saltò sul divano, a distanza di sicurezza da Nonna Pina, e strinse a sé pece che lo aveva seguito trascinandosi con l’artiglio dell’ala.
“Ecco, bravi così. State tranquilli, io non mi muovo e non farò nulla che possa farvi del male.”
Restarono così, a guardarsi per un tempo lunghissimo. Nonna Pina immaginava e sorrideva. Stink e Pece guardavano quel viso bello e cordiale e pensarono che la razza dei bipedi era meravigliosa, al pari delle loro due. Era la più sublime delle comunicazioni e stava avvenendo senza parole.
Stink e Pece volarono molte volte ancora da Nonna Pina ed impararono (più che altro Stink, dato che Pece lo sapeva benissimo) che la razza dei bipedi non era affatto meravigliosa come le loro ma con le dovute eccezioni: Nonna Pina era indubbiamente una di queste. Ma le eccezioni, in quanto tali, sono davvero poche e Stink e Pece decisero di andare in giro solo di notte.
Lei lasciava sempre, in una damina di Limonge, alcune noccioline che loro sgranocchiavano mentre lei parlava e domandava standosene a letto, con il suo scialle di lana sulle spalle.
Fu proprio una di quelle notti che un suo vicino, rientrando ubriaco e a tarda ora da una festa, udì delle vocine stridule uscire dalla porta di Nonna Pina…
14:32
Scritto da: mototortuga
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11/05/2007
Mbè?
Che cazzo è sta roba? Che è sta grafica? Dov'è il mio Blog verdino e rilassante? Dove sono i miei link e le mie visualizzazioni? Chi cazzo ha chiesto di cambiare il mio Blog?
Come entrare in casa e, delle vecchie pareti bianche, trovare solo il ricordo nella propria testa. Si, perché adesso sono arancioni. E il divano bianco? Eh! Adesso è azzurro-schifo, spigoloso e con effetto 3D del cazzo. E gli amici che avevi invitato? Boh? Andati. E ci credo, con una casa di merda come questa!! Sarei andato via anche io!
E forse è quello che farò.
Esagero?
Può darsi. Sto invecchiando e ho voglia di certezze, non di cose che vanno veloci e cambiano sempre. Mi sono rotto i coglioni di affezionarmi a cose che spariscono nel giro di pochissimo. Mi sono i coglioni di gente che non si affeziona più a niente. Che compra e butta, compra e butta, compra e butta...
Vaffanculo.
Mi trasferisco da qualche altra parte. Forse Splinder dove spero, qualora decidessero di cambiarmi l'arredamento di casa, abbiano la compiacenza per lo meno di avvisare.
Forse è stato fatto, ma non manco dal blog da due mesi. E due mesi fa nessuno mi ha avvisato.
Arrivederci.
17:10
Scritto da: mototortuga
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17/04/2007
ANNO NUOVO...
…vita nuova, avevo detto mentre scorrevano stanchi gli ultimi giorni del 2006.
Poi è arrivato il 2007 ma della vita nuova, neanche una traccia. Tutto vecchio, tranne il calendario sul tavolo. Quest’anno tocca al piccolo calendario di un piccolo canile di un piccolo paese fuori Bologna. Mi hanno fatto simpatia tutti quei bastardelli scodinzolanti ma tristi in attesa di adottare un padrone, magari anche amico.
Ma il fatto che quest’anno sia uguale agli altri è cosa strana, dal momento che i fatidici ultimi giorni del 2006 li ho passati a prendere importanti decisioni riguardo il lavoro e il mio rapporto con lui. Un rapporto di amore-odio come a molti capita ma che si è trasformato lentamente in odio-odio, cosa assai poco gratificante e stimolante per chi ha deciso e ha avuto la fortuna di fare un lavoro bello, di quelli che agli occhi dei più sembra in realtà un hobby.
Ma c’è poco da fare: tutto ciò che diviene lavoro, perde catastroficamente tutte quelle connotazioni positive che si era convinti di trovarvi. Il lavoro fa parte di un sistema nel quale esistono regole precise e consuetudini, oltre ad una miriade di coglioni disseminati in ordine sparso. E queste consuetudini, questi coglioni rendono impossibile lavorare come si vorrebbe o, quanto meno, come si dovrebbe, rendendo il lavoro una specie di fio da pagare in nome dell’esistenza stessa. Concetto assurdo, dal momento che l’esistenza ci dovrebbe toccare di diritto…
Si studia, ci si prepara, ci si specializza, ci si aggiorna, per poter svolgere il proprio lavoro nel migliore dei modi, per poter essere preziosi, anche nel proprio piccolo, alla società e cosa arriva in cambio?
Arriva un coglione, di solito, che non sa nulla di quello per cui è pagato ma il solo fatto che sia pagato lo autorizza a parlare e ad esprimere concetti, che ti frantuma anni di esperienza e di studi con la sua sottocultura televisivo-manulaistica-dello- stracazzo. La sottocultura del parlare perché si ha la bocca, dell’apparire comunque e dovunque, del protagonismo idiota sponsorizzato dalla televisione, del non-ho-mai-letto-niente-ma-par lo-lo-stesso-di-questa-cosa, del sono figa e mi basta, del ho i soldi e faccio quel che mi pare.
Ecco, semplicemente, quel che accade.
E il lavoro che hai sempre sognato di fare e che hai inseguito a costo di sacrifici e rinunzie, diviene l’autogoal più clamoroso della tua vita. Un lavoro sotto dettatura di un coglione (di solito, o se no di un ignorante che però ti paga e quindi decide) che non vedi l’ora di finire e di dimenticare dopo un minuto dalla consegna. Come, dimenticare il mio lavoro? Ma siamo pazzi?
Si, probabilmente lo siamo a permettere che tutto ciò accada. A permettere ad un sistema idiota e autolesionista di far di noi palle da prendere a calcioni per tutto il giorno, a dover sottostare a regole decise apparentemente da nessuno ma ferree come comandamenti.
Durante gli ultimi celebri giorni del 2006 ho iniziato a pensare in maniera differente. Ho individuato alcuni valori assoluti che mi accompagneranno fino alla mia morte e ho buttato nel cesso tutto il resto. Fronzoli, cagate, eccessi, fama, denaro, lussi e comodità, vizi. Presi tutti, appallottolati e scaraventati nel cesso. Fanculo.
Il lavoro no. Il lavoro è importante e meraviglioso se lo si fa in maniera opportuna. Il lavoro serve per far crescere una società e noi, volenti o nolenti, facciamo parte di una società che ha bisogno di tutti per esistere e sostenerci. L’amore l’ho tenuto così come l’amicizia, perché voglio la mano di un amico e l’abbraccio della mia compagna sul letto di morte, non un televisore a cristalli liquidi da 158 pollici Hi-Definition. Ho tenuto il rapporto con la terra e la natura, perché è la terra che ci permette di vivere ed è la natura che rende così meravigliosa l’esistenza. Ho tenuto l’onestà e la giustizia, perché nessuna società potrà dirsi evoluta finché esisteranno disparità, diseguaglianze ed ingiustizia. Ho tenuto la cultura, perché grazie ad essa posso adesso scrivere e farmi comprendere, capire e valutare, decidere e scegliere liberamente.
L’anno però è iniziato come gli altri. Colpa dei famosi coglioni che non mi hanno permesso di partire subito come avevo deciso. Ma si è trattato di un periodo di transizione, perché adesso sono di nuovo felice di fare il mio lavoro.
Se si vuole, si può cambiare. Liberamente.
16:05
Scritto da: mototortuga
in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (33)
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